Fotografo non Fotografo
Enea il “Fotografo non Fotografo”
Seconda
guerra mondiale: i bombardamenti di Foggia del 1943
Avvennero
tra il maggio e il settembre ad opera dell'aviazione Alleata, nel corso della
seconda guerra mondiale. Le incursioni aeree furono complessivamente nove, e
provocarono circa 20.000 vittime.
22 luglio
«La prima
incursione, che fu veramente disastrosa per la città, fu quella del 22 luglio:
l'obiettivo pare fosse la stazione ferroviaria, ma per riuscire nell'intento di
annientarla, il nemico demolì rovinosamente un intero rione della città. E
sicuramente l'azione si svolse in pochi minuti, fulmineamente nel momento
stesso che sibilavano le sirene dell'allarme, sorprendendo le persone nel
massimo affollamento lungo le vie per le attività mattutine, il mitragliamento,
davvero barbaro e brutale, aggiungeva alle rovine ed alle vittime del rione
demolito, una moltitudine di vittime abbattute per le strade, sui mercati,
nella villa comunale, ove molti avevan cercato di occultarsi sotto gli alberi»
(Mons.
Farina)
«L'orologio
della stazione segna le 9,43. Il cielo improvvisamente si oscura. Quaranta
fortezze volanti ed oltre cinquanta aerei di mitragliamento piombano su Foggia.
Quando il campanone del Municipio rintocca grave per dare l'allarme, la strage
è in atto. Le prime bombe cadono sulla stazione, fracassandosi con inaudita
violenza sui fabbricati e chiudendo gl'ingressi dei sottopassaggi da cui
giungono strazianti grida di dolore. Qualche minuto prima è giunto un treno
proveniente da Bari. Moltissimi viaggiatori sono stati colti di sorpresa
proprio mentre attraversavano i sottopassaggi. Altri sotto l'infuriare del
bombardamento hanno creduto di potersi riparare negli stessi sottopassaggi.
Invece sono andati incontro alla morte certa...
(L.
Cicolella) ... e la morte venne dal cielo. Foggia 1943. Cronistoria di cento
giorni di guerra, Bastogi, Foggia, 1973, 1983. (Il libro -fuori commercio- si può
consultare presso La Biblioteca Provinciale di Foggia).
La prima
volta che chiesi ad Enea il perché di quel definirsi “Fotografo non Fotografo”
non mi rispose; non subito. Stette un attimo in silenzio ed io percepii
chiaramente che in quell’attimo e in quel silenzio lui non era più lì con me,
ma altrove.
Un attimo
soltanto.
Quando “tornò”
mi parlò d’altro e lasciò quella mia domanda, momentaneamente, senza risposta.
Mezz’ora
dopo si interruppe nel mezzo di una frase, che lasciò sospesa, e iniziò a
raccontarmi perché si definiva “Fotografo non Fotografo”.
Nel 1943
Enea aveva 15 anni e portava calzoni alla zuava.
La mattina del 22 Luglio come tutti i
gli abitanti di Foggia fu sorpreso dal bombardamento aereo degli alleati.
Era per strada insieme al padre
mentre la madre era a casa con la nonna anziana. Erano da poco usciti dal negozio fotografico dove avevano comprato un rullino nuovo per la Kine Exakta del '36 di suo padre, con la quale lo stava introducendo al mondo della fotografia.
In un attimo si scatenò l’inferno.
Istintivamente si rifugiarono nel
negozio più vicino, la farmacia.
<<Ero terrorizzato!
Terrorizzato e paralizzato! Non riuscivo più a muovermi!>>.
Seguì un lungo silenzio prima che
riprendesse il racconto.
Io aspettavo, lo guardavo e non avevo
il coraggio di dire nulla.
Si percepiva il suono del suo
respirare, a volte più profondo come se avesse bisogno di ossigenarsi, come se
fare entrare aria servisse per espellere ricordi.
Poi continuò.
Il padre si accorse del suo terrore ma
lo spronò a correre alla chiesa seguendo altre persone che erano nella
farmacia. Lui sarebbe andato invece a casa a prendere la mamma e la nonna. Poi lo
avrebbe raggiunto, insieme a loro. Prese dalla tasca della giacca la macchina
fotografica e gliela diede <<scatta delle fotografie, documenta quello
che succede così poi le diamo al giornale>>. Era chiaramente il tentativo
di distrarlo da quel dramma terribile affidandogli un compito ed un filtro,
quello della fotografia, nella speranza che in qualche modo facesse anche da
scudo alla paura.
Suo padre usci e correndo scomparve
dietro all’angolo della strada.
Non lo avrebbe più rivisto, vivo, ma
ancora non lo sapeva.
E non avrebbe rivisto nemmeno la
mamma e la nonna perché la loro casa fu una delle prime ad essere colpita.
Enea iniziò a fotografare.
Continuò a scattare anche quando il
rullino smise di avanzare.
Continuava a guardare, decidere cosa
inquadrare, alzare la macchinetta e fare click.
In una sorta di trans emozionale
camminava per strada lentamente, fra una folla che invece correva a più non
posso, e continuava a pensare cosa fotografare, e fotografava. Click, click,
click. . . . .
<<Sapevo che il rullino era
finito ma io continuavo a fotografare con convinzione e concentrazione.
Naturalmente nessuno di quei click è mai diventato una fotografia stampata.
Nemmeno quelli realmente impressionati sulla pellicola perché poi la
macchinetta la perdetti un paio di giorni dopo. Ma io ricordo ognuna delle
fotografie che ho scattato!>>
Ho spesso pensato che probabilmente
fu allora che nacque nella mente di Enea un interesse prevalente per tutto
quello che avviene prima del click, per tutto quel percorso che porta al click.
L’interesse di Enea era per come si
pensava Fotografia, per il processo creativo, per il percorso emozionale e per
quello che dava al Fotografo, non a coloro che avrebbero guardato (o non
guardato) le fotografie.
Da allora Enea avrebbe scattato
fotografie tutta la vita, ma senza mai farle vedere a nessuno. Aveva anche uno
scatolone pieno di rullini mai sviluppati.
<< Cosa fa un Fotografo? Scatta
fotografie. Da cosa capisci che è un Fotografo? Dalle fotografie che ti mostra.
E se non vedrai mai una sua fotografia? Per te è come se non ne facesse. E se
un Fotografo è un uomo che realizza fotografie un Fotografo che non fa (ai tuoi
occhi) fotografie non può che essere un “Non Fotografo”>>
E sorrise.
E un altro silenzio.
Quanti silenzi che c’erano con Enea.
Ma non erano mai silenzi inutili o
banali.
Il tema dell’orgasmo in Fotografia
sarebbe poi tornato ad affiorare in seguito in modo importante.
(Mons. Farina)
Non crederti mai superiore a nessuno
di loro.
Non iniziare o partecipare mai a
“guerre fotografiche”, di qualunque tipo.
La Fotografia deve avere una sola
bandiera, una bandiera di pace, nella quale si devono riconoscere tutti coloro
che la amano. La fotografia deve essere piacere, godimento e a volte può essere
anche cura per l’anima, quando l’anima è ferita
Confrontarsi con gli altri è sempre
una pratica virtuosa ed utile. Volere convincere gli altri della bontà o peggio della supremazia delle proprie idee e dei propri percorsi e sempre una sconfitta del rispetto e della intelligenza>>
Anche per questo “ALTRA” è un
Progetto Fotografico di “Pace”.
Confronto e Rispetto le parole
d’ordine.
Accogliamo chi condivide o
condividerà le nostre idee ed il nostro percorso ma a nessuno di loro diciamo
che queste idee lo trasformeranno in un fotografo migliore. Diverso forse si,
ma non migliore di altri.
“ALTRA” non è una scuola di
Fotografia: non insegna “cose”.
“ALTRA” ti offre soltanto
“Riflessioni” da portare con te nel tuo personale mondo Fotografico, e delle
quali potrai poi fare l’uso che crederai più giusto.

Commenti
Posta un commento